parlaebasta

"Le parole fanno l'amore sulla pagina come mosche nella calura estiva e il poeta è solo lo spettatore perplesso"

Essere

Sono partita perché voglio essere azzurro
pur nascondendomi al di sopra delle nuvole
mai uguali,
di meteo in meteo.
Ho ricordato le mie mani congiunte,
aperte poi, per correre nell’aria:
ho capito così che la fede è come un segreto,
epifania d’amore.
Volevo dire parole, per stare al mondo:
di come è difficile saper morire, e essere
dopo, quando i muscoli hanno perso qualcosa.
Lo spirito è più intenso della luce,
supera le risate del pubblico di un comico
imbarazzato e felice.
Ho guardato l’erba che toccavo per ascoltare
il disegno che sentivo nei nervi,
di cui sono vena a mia volta.
E’ così essenziale ogni movimento, come la ferocia del leone.

luigi ghirri

Foto Luigi Ghirri

 

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frida e diego

Vorrei dichiararmi tutta la notte 

come quando un principiante 

senza fiato arriva sulla vetta

e respira:

sorride col ghigno soddisfatto 

e una smorfia di dolore.

Vorrei parlarti del mio amore

che galoppa le metafore

ed è banale ché toglie spazio 

all’aria dello stomaco. 

Ma è tutto polveroso e stanco

anche se sempre

splende in me.

 

Luglio

I tuoi occhi hanno dentro le foglie

secche, ti dico e 

tu mi chiedi se è una cosa bella.

Sì lo è.

Cali la notte sul tuo autunno

e ti guardo come si guarda il Circeo.

cartolina dal mare

Pizzetta

 

balcone fiorito

C’è una pizzetta sul tavolino

e la voglio mangiare senza farla sparire

come un sapore che vien pian, pianino

poco crudele,

che sa d’acquolina.

Voglio sempre guardarla

con la mente affamata

e ricamare un centrino,

fare i conti col gatto

addormentato

sul cuscino.

Uscire in balcone

e i fiori mezzi accasciati,

pallore di caldo e noia

d’ottobre.

Rientrare coi tacchi

da moglie felice,

accendere il fuoco sotto la pentola

e sbirciare in silenzio la cucina.

 

Vedo la pizzetta da lontano,

e la prendo

con una mano.

L’annuso,

la mangio d’un colpo.

Rigiro la lingua sul pomodoro,

struscia sui denti la pasta

giallastra.

Penso che è bello averti sposato,

tra i succhi acidi dello stomaco

e pure i denti, decisi,

ma senza far male.

 

Roma

Vorrei che il tempo passasse,
sulle coperte del letto,
sulla mia pelle giovane
ché maturino i brufoli.
Sui giorni la tua mano
mai pallida si sarà posata.
Su di me uno sguardo
d’eterno, come il mio,
perso e dissetato
quando solo penso a te.

 

Illustrazione di Matteo Pericoli “Roma”

Papà

Sudore sulle mani,

passi fanno male

piedi, che paura

occhi di tramonti

verdi, giorni.

Terra come notte

oscura di giaciglio,

calma

come le falene,

l’estate,

il corpo si fa bello,

e ha paura.

Il fatto è che non so iniziare le parole,

ma le parole, spesso iniziano me.

Ricordo una filastrocca

che provavi a insegnarmi

da bambina,

“nonnino caro” e seguiva il racconto

di una lettera lunghissima,

le frasi poi

le dimenticavo,

il bene nel cuoricino,

l’unica

cosa

Allora potevo anche strappare il foglio.

Era tanto giusta che non ti importava

così cambiavi il destinatario

e diventavi tu: papino caro.

Mi scocciava ripeterla,

a volte no, mi piaceva:

il bene si dimostra,

di tanto in tanto si racconta.

E mi chiedi un bacio la mattina,

e lo sai che non parlo appena sveglia,

allora le mani, i segni con le mani:

ti – voglio- bene, tre

strette- di- mano bastano.

Mi sa che non capisci,

papà.

Non sai leggere gli occhi che ho,

le emozioni che corrono

col mal di stomaco,

i miei silenzi, sempre tanti

quando servono parole.

Non voglio i tuoi difetti,

non ce li ho i tuoi difetti:

io non mi chiudo,

ascolto tutto,

mi ricordo, tutto

non mi vergogno.

Trovo i calzini,

le scatolette di tonno,

condivido con febbrile entusiasmo i miei desideri.

Non lascio le porte aperte,

si capisce quello che dico.

io- non- amo- mai- troppo.

Passavano gli anni

e mi chiedevo

come mai, una come mamma

stesse con uno come te:

pigro peggio della pigrizia

quella che mise l’acqua,

accese il fuoco e si mise a riposare.

Caldo, bello,

cresco,

ti ritrovo,

sei con me,

in ogni minuscolo difetto da istintiva.

Mi vergogno,

di scoprire corpo e mente,

ma continuo a dire.

Dico, e non so fare.

Io non li voglio i tuoi difetti,

ma mi arrendo

ce li ho tutti.

Padre, papino caro,

Papà.

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Dialettica nel parco

Ma come fai a sottrarti al tuo carnefice?

E me lo chiedo, perché ti ucciderei

per ripescarti col retino, insieme agli insetti che hanno sete.

Ogni volta che ti penso,

mi sento acerba,

giovane e invecchiata

di un sapore semplice e scontato:

il problema è che mi piace

e poi resta là, come lo scivolo

senza gravità.

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Foto di Anna Di Prospero

(Con)vivendo

Scendere le scale una ad una non è il contrario dell’audacia

e se taglio a spicchi la buccia dell’arancia

mi sento più al sicuro, di quando

tocco un palo della metro

e poi non posso mai pensare ai germi.

Salvare le parole da uno schianto micidiale

è impegno grande,

e se lavo i pomodori

le mani fanno male

ma mai come la felicità.

Guardare spettatori imbarazzati

al cinema d’inverno, non è

voler sapere cose grosse e inesplicate,

e se tolgo il verde quando mangio è

perché mi vergogno

pure col sorriso.

Rispondere di sì a una domanda storta

è un atto coraggioso,

e se lecco la nutella dal coltello

lo faccio solamente per pulire.

Dimenticare le cose fatte insieme è un rischio fattuale,

e se sto male lontano dal mio sole,

non sarebbe giusto allontanarsi tanto,

ma la strada è sempre indietro la più certa,

piena di meravigliose insidie quella nuova.

 

Torturare la pelle è paura manifesta,

ma se ti tengo nel mio cuore

ti permetto di pensarmi

ogni volta che ti pare.

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Tapparelle

Vieni a fare una passeggiata?

Ho guardato fuori e ho visto

che ci starebbe bene,

come le scarpe fresche ai piedi,

il sapone e l’acqua sulla faccia.

Mi metto i jeans, di corsa,

prima che finisca il sole,

o un vestito a fiorellini

ché leggero il vento mi riporti in vita.

Davanti il mare, di lontano

si vedono gli orti,

e vorrei salutare quel trattore

che con la mano mi fa ciao.

Tutti i giorni c’è un cielo grigio,

pigrizia nella stanza

e tristezza in espansione.

Non ti chiederò di venire

solo perché ne ho troppo pieno il cuore.

 

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Foto di Anna Di Prospero

A story

Ti ho teso milioni di trappole 

benché tu pensassi non solo che no

non era così, ma che bravo stratega 

mi ti mostravi.

Far credere vera una cosa 

non significa falsare le azioni,

infatti tu c’eri.

Ti ho teso milioni di trappole,

abboccando alle tue,

in cui mi imploravi un ritorno.

Le battaglie che ho perso neanche le conto, e non mi importa del valore,

della gloria nei secoli.

Continuerò ad amare la tua guerra persa per forza, 

che torna 

quando non abbiamo più pace.

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