parlaebasta

"Le parole fanno l'amore sulla pagina come mosche nella calura estiva e il poeta è solo lo spettatore perplesso"

Quando ero ballerina

anna di prospero

foto di Anna Di Prospero

 

 

Penso di essere stata ballerina in una vita precedente

volteggiavo invece di parlare, e alla mattina

facevo movimenti eleganti alla sbarra per stirarmi,

ma senza la sbarra, seduta al tavolino, e mi specchiavo in silhouette alla finestra.

Ricordo che i miei sguardi valevano come chiudere gli occhi

dolcemente, per seduzione e natura incantata;

le gambe erano solo la fine dei discorsi, e facevo ridere

o piangere, con saltelli da giullare o falcate volanti

di aquila.

Finché una volta devo aver ballato qualcosa di troppo bello

che me ne sono andata.

Come quando ne trovi di metafore,

e sei felice, e non ti accorgi che ti segue l’altro,

quello che non avevi visto mai.

 

Penso di aver continuato a ballare in quell’altrove, me lo ricordo,

ma ero libera e lui non aveva parole.

 

La notte dei miracoli

Se nessuno ha sonno

con la notte dei miracoli

sarà che tutti aspettano

e non vogliono deludersi

e sognare

qualcosa di diverso dall’intenso.

Sono tutti svegli e non succederà niente

nella città dei vivi, quelli che camminano.

Sarà l’amore, per gli uccelli dell’acqua

e per i pesci che si baciano nel cielo:

li vedo, hanno bocche rosso

azzurre.

Fanno figli, in questa notte

che nessuno si addormenta:

scendono a patti

con dio e con la neve

e architettano vulcani

magmatici e profumati,

così per toccarsi senza mani,

respirarsi senza nasi,

leccarsi senza lingua.

 

ILLUSTRAZIONE  Valentina D’andrea

la notte dei miracoli valentina d'andrea

Buio

 

la notte.jpg

 

 

Una donna bella è adrenalina

nel disagio dei miei giorni

che mi chiedo quanto male

spendo ancora la mia pancia

come specchio che riflette

la tua faccia che ricorda (ancora a me)

di quanto bella sono

e niente te lo urlo,

a te che non riesci (nonostante tutto)

a nascondere per bene

quante armi non hai più

contro gli occhi miei

che dicono che i tuoi

sanno far bene

l’amore.

 

Non aspettare a chiederti

se chiedo nel silenzio di parola

di guardarmi ancora e ancora,

fallo senza fiato, come goccia

sa calare muta, sulla foglia

non di pioggia, ma del fiato

della terra, con un gemito

finire,

e nel lucido sparire.

 

Amore Universale

Levante

 

 

Oggi un pettegolezzo ha girato strano

questi due, nell’immagine

mano nella mano.
Avevano deciso di farla

questa cosa della festa col parentato

e pensare che il loro intimo

non l’avevano neanche intervistato.

Li vedevi parlare, parlare, forte

dell’anello il vestito,

uno sposo senza lacrime alle porte.

Era chiaro che avessero paura

ma la piazzavano borghesi

o scialbi, sotto il tappeto o dietro la cintura.

Ho pensato ai loro padri sorridenti

di come fanno davanti ai loro alunni

quelli finti e contenti,

e ho pensato alle briciole di polvere

scarto di sporco,

per l’occasione acconciato a mestiere.

Ho pensato a mio padre felice,

e a tutto il non amore che ho visto,

che mi copre gli occhi di pece:

e non piango e non mi arresto.

Penso al nostro amore che non è stato

ma che se ci avessero chiesto di urlarlo

a quegli sposi, l’avremmo garantito.

La prima delle ultime volte

La prima delle ultime volte

Alla mia esperienza attuale

il tempo conta.

Nel senso che proprio ti conta le cose,

gli sbadigli, gli accenti, le facce attese,

le frasi da gradasso, o le porte che lasci

chiuse.

Il tempo ti conta le mani in tasca

e le mani in vacca,

in vacca ai vorrei accarezzarti ché mi guardi

così bello, negli anni che siamo cresciuti.

Una sera ho visto il tempo contare

gli strati di tempo, che c’ha acciso,

come le tasse quelle della guerra sulla benzina.

Non è vero, alle cose attuali

che si conosce con poco:

io vi consegno a qualcuno,

perché so

che siete pronti

a contare altri tempi.

Un minuto

tenda

Il sole,

il cane che russa,

Mastroianni, alla tv.

Penso che non voglio

e vorrei posarmi

nel tuo sguardo,

e riposarmi l’anima,

per un minuto o un’ora.

So che ci sono,

ma per un minuto

non voglio essere.

O anche un’ora.

Non ti chiederò  

Non ti chiederò la differenza di quello

che mi spetta 

e le parole che non hai mai pensato: 

terrò al caldo il tuo cuore ballerino.

Pensami, di tanto in tanto.

Non badare alle tue guerre e alle mie ricostruzioni, alle lame che seminai e alle facce che hai continuato a mostrarmi per non ricordare a lungo le mie. 

Pensami quando avrai freddo fumando una sigaretta, o davanti alla tisana che avrai imparato a sentir casa,

pensami quando il letto ti sembrerà tiepido abbastanza e gentile quel che vuoi tu.

Pensami quando starai sforzandoti a non piangere o quando una risata ti ha cambiato la giornata. 

Pensami davanti a un giornale, e continua a leggere, ché ti starò guardando e mi chiederai perché. 

Racconterò ai nipoti che il segreto sarebbe riconoscersi.



Illustrazione di yelena bryksenkova

Giorno chiaro di pre primavera

Ho una gabbia
per guardare il mondo fuori
dal di dentro:
e mi ci ficco
ché il cielo sa esser spietato
senza che gli uccelli cinguettino
con te che io nasco
a guardarti, e che muori
ché lo faccio con te.
Prendimi fino all’interno
te lo chiedo per favore:
finiscimi il corpo
di un non amore

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6 di gennaio

Siamo così estranei, a volte

che non mi va che esisti.

Forse siamo uguali,

io solo un po’ cortese

ma come te su vie distinte

anche quando in fondo si vede

poco.

Sospiro acchiappo il fiato per scendere dal letto,

e ti sollevo come una coperta

nel peso a caso di un giorno nuovo:

e sembri una bolletta che rimando

col brivido di non pagarti mai.

A colazione poi, menù inglese

e tu fai l’uovo sodo:

mi resti a mezza via e

scacci ogni appetito.

E non c’è nessun “ma” certi giorni

ché proprio non t’avrei incontrato mai,

così vado a dormire e sogno

un piccolo sogno strano,

di me che cercavo burro di cacao,

per le tue labbra grandi e secche.

jhon e karen

Uva fragola

uva fragola

Ti toglierei il peso

nei giorni di luce,

quando non servono le carezze

o la veglia, quando

il non peso dei corpi

in un’esistenza al contrario

sarebbe gradito.

E non smuovo il mio mare

a pensarmi infelice,

a vederti più vecchia,

perché una pace mi sale nel cuore

e la vita si distende in pianura,

nel sole tenue

dei vetri fumé.

Combatterò per sentirmi più vera,

in un tempo lontano

che ho paura ad avvicinare come la polvere

sotto i calzini.

Non arrabbiarti col mondo,

o con un dio che non trovi,

né per pigrizia né insufficienza di prove:

prendiamo il dolore

come un bambino stanco

che ha paura di uscire,

e spalanchiamo le porte

ché l’odore d’esterno non l’ho mai sopportato

ma le viole sfioriranno solo dopo esser nate

e le storie hanno ancora bisogno

d’esser narrate.