Papà

Sudore sulle mani,

passi fanno male

piedi, che paura

occhi di tramonti

verdi, giorni.

Terra come notte

oscura di giaciglio,

calma

come le falene,

l’estate,

il corpo si fa bello,

e ha paura.

Il fatto è che non so iniziare le parole,

ma le parole, spesso iniziano me.

Ricordo una filastrocca

che provavi a insegnarmi

da bambina,

“nonnino caro” e seguiva il racconto

di una lettera lunghissima,

le frasi poi

le dimenticavo,

il bene nel cuoricino,

l’unica

cosa

Allora potevo anche strappare il foglio.

Era tanto giusta che non ti importava

così cambiavi il destinatario

e diventavi tu: papino caro.

Mi scocciava ripeterla,

a volte no, mi piaceva:

il bene si dimostra,

di tanto in tanto si racconta.

E mi chiedi un bacio la mattina,

e lo sai che non parlo appena sveglia,

allora le mani, i segni con le mani:

ti – voglio- bene, tre

strette- di- mano bastano.

Mi sa che non capisci,

papà.

Non sai leggere gli occhi che ho,

le emozioni che corrono

col mal di stomaco,

i miei silenzi, sempre tanti

quando servono parole.

Non voglio i tuoi difetti,

non ce li ho i tuoi difetti:

io non mi chiudo,

ascolto tutto,

mi ricordo, tutto

non mi vergogno.

Trovo i calzini,

le scatolette di tonno,

condivido con febbrile entusiasmo i miei desideri.

Non lascio le porte aperte,

si capisce quello che dico.

io- non- amo- mai- troppo.

Passavano gli anni

e mi chiedevo

come mai, una come mamma

stesse con uno come te:

pigro peggio della pigrizia

quella che mise l’acqua,

accese il fuoco e si mise a riposare.

Caldo, bello,

cresco,

ti ritrovo,

sei con me,

in ogni minuscolo difetto da istintiva.

Mi vergogno,

di scoprire corpo e mente,

ma continuo a dire.

Dico, e non so fare.

Io non li voglio i tuoi difetti,

ma mi arrendo

ce li ho tutti.

Padre, papino caro,

Papà.

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